Root – The Book
Innanzitutto colgo l’occasione per ringraziare la persona
che ha trovato questo blog digitando su google “i Meshuggah hanno rotto le
palle”. Alquanto divertente e confortante sapere che ci sono altre persone che
la pensano come me, spero che tu abbia ascoltato i Nostromo e che abbia
cancellato qualsiasi prova dell’esistenza di Koloss dal tuo hard disk o dalla
tua collezione di CD (se sei stato tanto magnanimo da comprarlo).
Procedendo verso altri orizzonti meno aggressivi, oggi vi
propongo un altro gruppo passato in sordina quando il metal era ancora una
musica capace di colpire e di stupire: i Root (non i The Roots, gruppo rap di
Philadelphia).
Diciamoci la verità ragazzi, oltre a Riitiir degli Enslaved
quest’anno ci sono stati solo buoni dischi e ovviamente una sfilza allucinante
di dischi che andrebbero fatti in pezzi e ficcati in bocca a chi li ha prodotti
(Roadrunner… Il nuovo nome del male) con un imbuto alla John Doe di Seven.
Ormai non me la prendo neanche più con i musicisti, tanto sono solo dei
poveracci che obbediscono latrando alla vista del denaro, ormai è chiaro che la
vera colpa è delle case discografiche. Se pensate di essere alternativi
ascoltando i dischi prodotti dalla Roadrunner sappiate che non siete diversi
dalle migliaia di ragazzine che si ascoltano Justin Bibier. Incredibile come una label che ha prodotto
gruppi come Obituary e Suffocation sia finita per diventare una major che
propina fantocci e musicaccia alla velocità della luce.
Che età oscura.
Fortunatamente la musica è infinita e io torno volentieri
indietro nel passato per riprendere vecchie conoscenze come i Root.
Questo gruppo proveniente dalla Repubblica Ceca propone un
doom misto ad alcuni elementi black metal in maniera assolutamente originale,
partendo dai musicisti di grandi capacità per arrivare al singolarissimo
cantante che si fa chiamare Big Boss. Il suo cantato lirico è sicuramente tra i
più originali che io abbia mai sentito in un contesto del genere, quasi
sardonico nella sua interpretazione tra voci pulite, uno scream gracchiante e
persino risate malvage e vocine da piccolo esserino malvagio. Un Gran Magus che
deride il mondo dei comuni mortali con la sua profonda conoscenza del
soprannaturale. Uno dei cantanti più interessanti che ascolterete mai.
I Root fanno una musica tutta loro che io quasi definirei
come un misto tra la magia nera ed il metal. Le canzoni sembrano tutte delle
piccole invocazioni o compendi di magia e alchimia, deliri di onnipotenza e
melodiche maledizioni.
Nel disco si passa dai toni incalzanti e aggressivi della
title track “The Book” e "Lykorian", a passaggi melodici quasi AOR di “The Message Of Time”
e le due parti di “Corabeu”.
Non mancano gli intermezzi acustici e passaggi
quasi progressive che si intermezzano con le parti più oscure del disco. L’atmosfera
che si percepisce non è infatti negativa, anzi… Il tono del disco si avvicina
quasi più alla liberazione dalle catene della quotidianità e all’avvicinamento
a una concezione più profonda del proprio essere. La traccia “Remember Me!” è un
misto tra un rock più oscuro quasi anni 80 e il doom, dove Big Boss si
allontana dalla sua voce lirica per andare su tonalità growl e scream
gracchianti.
La produzione esalta le caratteristiche della band alla perfezione,
con un ottima scelta dei suoni di chitarra che passano dal distorto, agli
effetti fino a un pulito davvero ben fatto. Non aspettatevi grossi suoni,
mastodontiche vibrazioni e amenità simili, i Root sono un gruppo molto placido,
un tentativo davvero ben riuscito di mischiare l’AOR a tematiche più oscure che
sicuramente non mancherà di deliziare gli ascoltatori più curiosi e aperti.
Davvero un gran bel lavoro.
Voto:
9 più un imbuto
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