domenica 7 ottobre 2012

RIITIIRA QUELLO CHE HAI DETTO!



Enslaved – Riitiir
  

Sono assonnato. E’ una sonnecchiante domenica per quanto mi riguarda, piena di inattività. E’ una di quelle domenica dove anche sdraiarmi sul divano comporta una serie di complessi procedimenti cerebrali, pause di riflessione e esitazioni muscolari. Cosa posso fare per svegliarmi? Ma certo! Recensire un disco! 

E dato che devo davvero riprendermi, ho deciso di impegnarmi con un gruppo di facile ascolto, lineare e tranquillo: gli Enslaved.
  
Ovviamente sono sarcastico, gli Enslaved non sarebbero di facile ascolto neanche a un cadavere di un sordo decapitato la quale testa, riposta nella bara insieme al corpo, sia stata privata delle orecchie che sono state poi gettate in qualche fiume e mangiate da qualche pesce un po' troppo curioso che poi è stato pescato, cucinato alla griglia e mangiato da una chiassosissima famigliona mediterranea durante il matrimonio del primogenito. 

Devo dire la verità, non ho sbavato come un prete di fronte ad un catalogo di prenatal quando ho saputo dell’uscita del loro nuovo disco Riitiir. Più che altro perchè non sono un gran fan degli Enslaved e poi il nome...

Riitiir! Sto cercando in tutti i modi di trattenermi, credetemi, non voglio essere irrispettoso come un rospo a una festa di mosche, ma non posso non dirlo! Non insultatemi o runici amici, io ignoro l’antica lingua vichinga, ma questo nome mi sembra come il suono di uno spasmo intestinale. 
Sapete quando dovete andare a fare la cacca, ma dovete trattenervi perché magari proprio in quel momento state parlando con una ragazza che vi piace e magari lei vi sta raccontando di un sacco di cose delle quali dovete fingervi interessati e sentite quel peso caricarsi sul vostro ventre. Allora cosa fate? Sorridete e cercate di tagliare corto con gentilezza, nella speranza di poter poi tornare a parlare con lei dopo l’incontro con il water, ma non potete proprio, perché lei non fa altro che sorridervi e parlare. Allora lo sentite, lo stomaco che ormai pieno cerca di tenere il più possibile ciò che non vuole più: Riitiir! 

Chiedo scusa, ma io sono un rozzo bifolco scribacchioso e non riesco a trattenermi come il tipo davanti alla bella ragazza. Riitiir! 

Cosa dire? Se conoscete gli Enslaved saprete che non ascolterete un disco black metal. Insomma questo disco di black metal ha davvero poco, qualche scream qui e li e qualche atmosfera un po’ più dark, ma per il resto direi che come consuetudine, la band ha continuato sulla strada della sperimentazione. 

Spesso questa cosa porta a dei pessimi risultati, come per gli Opeth o per i Daniel Of Salvation, ma devo dire che fortunatamente gli Enslaved sono riusciti a tenersi in piedi.
Lo dico subito, questo è un disco molto difficile. Sicuramente verrete colti di sorpresa dalla quantità di voci pulite nel disco, usate specialmente per i ritornelli, cosa che non alleggerisce di certo l’ascolto dato che le tracce sono lunghe e si intermezzano tra lineari melodie interessanti e parti più sperimentali, con tempi dispari e parecchi spunti psichedelici. 

La opener “Thoughts Like Hammers” coglie di sorpresa, con la sua furia iniziale e lento incedere in mid-tempo aggressivo, dove si alternano voce in scream e pulito che poi stacca con gran classe su una parte presa direttamente dal prog degli anni 70, per andare infine sul ritornello della pezzo, un’ottima progressione melodica con una voce trasportante. Ovviamente non parlo di melodie banali, parlo di un flusso di chitarre, un fiume che scorre senza ostacoli, una voce che accompagna soave quasi a voler scavare nell’intimo dell’ascoltatore. Superlativo, ma allo stesso tempo incredibilmente ostico, il modo in cui gli Enslaved hanno intrecciato queste idee non è assolutamente facile da assimilare, anche perché non esiste che possiate sentire delle parti di chitarra “convenzionali”, il tutto è assolutamente legato alla sperimentazione e al tentativo di non rendere il tutto banale. 
Death In The Eyes Of Dawn” è un lento incedere intervallato dalla voce in pulito che come nella prima traccia si fa intima accompagnatrice dell’ascoltatore, per poi passare su una parte che torna sugli accordi dissonanti usati dal gruppo nei progetti passati. Si cambia un po’ il ritmo con “Roots of the Mountain” che inizia alla grande staccandosi dal lento incedere dei pezzi precedenti per tornare sul leit-motiv del disco: la voce in pulito su parte melodica. Anche qui non veniamo delusi, la voce trasporta e la progressione di chitarra è di ottima fattura e un ottimo groove e si passa a degli stacchi progressive che sono sempre graditi.

Dopo le prime tracce la struttura cambia un po’: nella title track non troviamo più il ritornello in pulito, ma uno scambio tra parti più aggressive e più melodiche che riescono a far filare la traccia in maniera ottima, sebbene ci siano dei ritmi non proprio facili e ovviamente delle chitarre bizzarre.  

La mia traccia preferita del disco è “Storm of Memories”, un inizio davvero particolare, un insieme di suoni uniti insieme in un unico viaggio siderale e psichedelico che a metà della traccia viene interrotto dall’alternarsi di blast beat e parti più lente, ma quello che sorprende è come il pezzo muti completamente la sua struttura da un momento all’altro. 

Il disco si chiude sul delirio di “Forsaken”, davvero una mattonata nelle meningi per la struttura assolutamente poco amichevole del pezzo. Si inizia con un piano stortissimo che poi va subito su una parte aggressiva che poi ovviamente va su una sorta di parte spaziale quasi sludge che sembra presa direttamente dai Neurosis, ma questo perché gli Enslaved si saranno fumati persino il ghiaccio dei fiordi. Il tutto termina con poche desolanti note e una voce roca che chiude il tutto nella solitudine più totale. 

E allegria! 

Questo è sicuramente uno dei dischi più difficili che siano usciti ultimamente. Lasciate perdere le parti in pulito, se pensate che vi faciliteranno l’ascolto vi sbagliate più di un venditore di riviste porno a una riunione di non-vedenti. Certo, vi libereranno dalle complicate strutture dei pezzi, ma poi vi ci ributteranno dentro senza pietà lasciandovi completamente disorientati. Sapete cosa? Gli Enslaved sono degli stronzetti e per questo li rispetto. Al primo ascolto vi sembrerà tutto tranquillo e facile, perché la voce in pulito è davvero gradevole, ma dopo un po’ inizierete a non capirci più nulla di quello che sta succedendo. Sarete così disorientati che potreste aspettarvi che una talpa vi regali una bussola.  D’altronde le tracce sono sulla lunghezza media di nove minuti e questo non facilita di certo l’ascolt, come non lo facilitano gli accordi usati, i ritmi, gli stacchi e la diversità dei pezzi. Lo definirei come un disco progressive degli anni 70 italiani messo in musica più pesante e ostica. 

Devo dire la verità, questo disco mi ha mandato in tilt, non voglio fare il classico intelligentone che se la crede dando voti alti solo perché c’è della sperimentazione. Per un cazzo. Questa è stata una delle recensioni più toste che ho fatto, per apprezzare bene il disco bisogna ascoltarlo parecchio, pensate a un dolce con un cuore di calda cioccolata, ma ricoperto di pietra calcarea. Dovrete mordere a fondo e rompervi i denti prima di poterlo assaporare, poi anche con i denti rotti al massimo potrete usare la cannuccia che vi darò dopo il voto di questo disco. Ovviamente è stata usata da me ed è tutta sbavata, ma sappiate che è l'unica cannuccia che c'è in giro, quindi non fate gli egoisti e passatela anche voi ai vostri amici!

Conclusione rapida: questo è uno di quei lavori che non si finiscono mai di apprezzare anche dopo anni e anni.

Cowabunga!

Voto:

10 più la mia cannuccia usata (fatela girare!)

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