Suicidal
Tendencies – The Art Of Rebellion
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Io ci sono per caso ritornato sopra qualche giorno fa,
scovandone una copia nella collezione di dischi di un amico e rievocando
vecchie memorie, l’ho ripescato e l’ho riascoltato. Situazione da ricordo proustiano,
i Suicidal Tendencies sono uno di quei gruppi ai quali ti avvicini quando sei
uno dei pochi non-true-metaller a cui piace che questa musica si mischi a altri
generi, quando magari nella tua
collezione di dischi ci sono i Das Efx e i Dying Fetus uno vicino all’altro,
quando sei un ragazzino e i tuoi amici rappettari e funkettari fanno la guerra
ai tuoi altri amici metallari e non sembra che ci sia un modo per mettere tutti
d’accordo…
Ecco arrivare i Suicidal Tendencies, quando siete stanchi di vedere
tutti sti tizi borchiati che fanno smorfiazze assurde con mani in posizioni di
conquista mondiale, quando siete stanchi di tutte quelle cazzate su draghi e
spade, le stronzate sataniste da bimbo frustrato ed i monotoni temi da “sbudellerò
una donna, poi mentre è ancora in vita e si guarda le interiora urlando la
costringerò a fare l’amore nella posizione del loto” tanto sentiti nei generi
estremi.
Belli sti tizi, dei vatos vestiti in stile gang portoricana
di Los Angeles, camicioni di flanella legati fino a su per il collo, i classici
tizi che ti aspetti durante un rito d’iniziazione di una di quelle bande che si
vedono nei telefilm: un gran pestaggio all’ultimo arrivato e poi abbracci e
birra con lo stesso… “bienvenido a la vida” e sei dentro. Chi lo sa se ci sono
passati anche loro, fatto sta che i cazzotti che hanno ricevuto da piccoli a
questi chicanos non hanno fatto che bene.
Tirare fuori un disco come The Art Of Rebellion non è roba
da tutti. Vi spiego, il disco ha una certa atmosfera progressive, molto
introspettiva in alcune parti specialmente grazie ai testi molto intelligenti e
all’inventiva prestazione vocale del cantante (una delle più originali che ho
sentito insieme a quella di Snake dei Voivod), ma riesce a tenere una vena funk
e una thrash/punk alternandola perfettamente nel corso di tutto il lavoro. Quindi
preparatevi a passare dagli arpeggi di “Can’t Stop” all’ottimo giro di basso
funk di “Accept My Sacrifice”, cortesia del vecchio Trujillo che ogni volta mi
fa rendere conto di quanto sia sprecato in quel gruppo di vecchi cavalieri dell’alcoolcalisse.
Passiamo a un capolavoro vero e proprio che secondo me è la traccia “Nobody
Hears”, un pezzo che potrebbe essere tranquillamente messo a paragone con i
lavori più cerebrali dei Queensryche. Già con queste tre tracce il gruppo dimostra
di saper passare dal prog-rock, al crossover senza fare troppi complimenti, andando
avanti con questo dualismo con “Tap Into the Power” e “Monopoly on Sorrow” (un’altra
traccia fantastica) e tra l’altro riuscendo a non farlo pesare all’ascoltatore.
E’ un compito non facile, insomma sapete che molti provano a
mischiare i generi e a cambiare registri nelle tracce, solo che spesso vengono
fuori delle cagatone di alce sottoposto a una dieta a base di Coppa del Nonno.
Come non adorare “We Call This Mutha Revenge”? Un assalto
thrash/punk con un groove pazzesco, per poi passare al rock introspettivo di “I Wasn’t Meant To Feel This/Asleep At The
Wheel” e scusatemi la pedanteria, ma non posso non citare “Gotta Kill
Captain Stupid” e “I’ll Hate You Better”, due delle mie preferite del disco.
Questo disco dei Suicidal Tendencies è sicuramente uno dei
lavori più originali, interessanti e meglio riusciti dell’intero panorama
musicale. Non parlo solo del metal, è proprio una roba che non ascolterete in
nessun altro genere, una personalissima interpretazione di diversi generi che
ancora oggi si tenta di mettere insieme con scarsissimi risultati. Insomma
tutti i gruppi simil-prog moderni di oggi ci provano a fare sti mischioni,
compresi i blasonatissimi Dream Theater che a me personalmente fanno CAGARE.
Ma che ci volete fare? Quelli c’hanno quella mezza tacca di
Petrucci che non si sa per quale motivo ha fatto sbavare un sacco di ragazzini
con dei lick tratti da ESERCIZI TECNICI senza un minimo di gusto musicale,
mentre i Suicidal Tendencies erano dei poveri vatos bistrattati da una critica
forse anche un po’ razzista.
Ah questi americani… Che teste di cazzo.
Mi scuso, anzi NON mi scuso con i fan di Petrucci, se
suonate la chitarra emulando lui allora siete proprio sulla cattiva strada.
Quella non è chitarra elettrica, quella è merda suonata ad alta velocità.
Petrucci è come una Ferrari guidata da una scimmia, la povera bestia preme solo sull’acceleratore
senza godersi il panorama e senza saperla manovrare, questo perché probabilmente attratta dall’Arbre Magique al
gusto di Banana che pende dallo specchietto retrovisore.
Fine della parentesi su John Merducci.
Malignata finale: i
Suicidal Tendencies proponevano già nei lontani anni ’90 un look più da strada
fatto da canotte da basket e camice di flanella, ma quel look lo portavano
nella loro musica con grande stile. Oggi un sacco di questi gruppi deathcore si
sono distanziati dal classico aspetto da metallari per portare sul palco felpe
giganti e pantaloni larghi… Il problema è che poi la musica che fanno è la più
derivativa e brutta della storia del metal.
Badate bene: della storia del
metal.
Dico io, se vi vestite in quel modo almeno proponete della musica che
almeno ci abbia un po’ a che fare con il vostro “attire” scenico… Oppure ricopritevi
di escrementi o vestitevi da stronzi di cartapesta, almeno potreste suscitare
gran simpatia nel pubblico, se non ribrezzo.
Tornando a noi, fortunatamente ho davvero poco altro da
dire, se non che The Art Of Rebellion è un MUST fondamentale per tutti gli
amanti della buona musica e che siano un minimo interessati a capire come si è
sviluppata (male) la scena metal.
Gotta kill captain stupid!
Voto:
10 più una camiciona di flanella
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