giovedì 20 giugno 2013

IL DISCO DELL'ESTATE

Summoning - Old Mornings Dawn


Il caldo è giunto, prepotente come un ciccione sudato che vi si butta addosso nudo facendo di tutto per farvi assaporare la sua pelle bagnata , il crogiolo di tutti i giornalisti che amano "l'estate più calda mai registrata prima" e di tutte le telecamere puntate sui vegliardi alle fontanelle manco fossero delle bestie.


Eccola qui, l'estate tanto odiata dai metallari che ostentano il colore nero anche con 40 gradi, soffrendo come un cavallo castrato in un recinto di porno attrici, quelli che guardano Apollo con odio e che pregano di nascosto il ritorno del Padre Inverno anche quando sono con gli amici al mare.

Bene, invece di buttarvi sul classico hard rock estivo per sentirvi più "yeah" vi consiglio vivamente di ascoltare Old Mornings Dawn dei Summoning.
Fidatevi, oltre a essere un lavoro fantastico, le sue atmosfere glaciali vi faranno venire in mente montagne innevate e paesaggi nordici, togliendovi per un po' dalle grinfie oppressive dell'afa. Potrete quindi uscire dal balcone di casa vostra a petto nudo, con i vostri capelli lunghi e alzare i pugni al cielo in segno di sfida.
Come vuole la tradizione di questo duo austriaco, questo disco è largamente ispirato alle opere di Tolkien che messe in musica dai Summoning diventano forse ancora più evocative dell'opera letteraria e del film.

Il disco contiene orchestrazioni fatte con strumenti campionati di grande effetto che si intrecciano con percussioni etniche e chitarre che conducono la voce narrante, uno scream profondo alternato con un parlato epico e delle parti quasi sospirate. Il lento incedere del disco crea veri e propri colossi innevati, ci porta sulle cime più alte di terre lontane, isolati dal resto del mondo, appartati nella nostra anima nel tentativo di raggiungere stati mentali superiori, basta ascoltare la traccia "Caradhras" per rendersi conto della qualità dell'opera. La produzione è un misto tra suoni da colonna sonora epica degli anni '70 e alcune parti più moderne, sebbene l'obiettivo del disco sia quello di far viaggiare l'ascoltatore, presenti infatti vari effetti come versi di aquile, scricchiolii e altri suoni ambientali che contribuiscono all'atmosfera del lavoro. Tracce come "The White Tower" e la title track vi condurranno nella Terra di Mezzo, o in qualsiasi posto lontano ed evocativo che abbiate in mente. Il duo non disdegna alcune trovate etniche orientaleggianti come in "Of Pale White Morn", perfettamente intrecciate con le parti epiche e l'ululare dei lupi, un'altra traccia da incorniciare insieme alla conclusiva "Earthshine" che ditemi se non è la colonna sonora perfetta per un sole che spunta da dietro un'immensa catena montuosa. I Summoning sono riusciti a creare dei bellissimi suoni orchestrali senza dover ricorrere alla stupida pacchianeria alla quale molti grupponi mainstream ricorrono per pompare i loro orridi dischi di ulteriore inutilità. Niente orchestre o filarmoniche, qui viene tutto dal cuore e dallo spirito di questi incredibili musicisti, gli strumenti non servono a pompare le chitarre false o a creare stacchi sensazionalisti, qui il tutto è amalgamato alla perfezione. Old Mornings Dawn racconta qualcosa, ci fa sedere attorno al calore di un focolare, ci porta in mondi diversi e alla fine del racconto non possiamo far altro che restare a bocca aperta e chiederne ancora. 

Questo è un autentico capolavoro nel suo genere, una delle opere più evocative che potrete trovare in giro e che davvero non dovreste lasciarvi scappare, penso che anche chi teme il metal estremo e la voce falsata in scream o growl dovrebbe dare un ascolto a questo lavoro perché qui si va oltre il metal. Qui si parla di grande musica, di romanticismo nostalgico che straripa dai cuori di questi musicisti, una forma di espressione musicale davvero alta che francamente si fa fatica a trovare in tanti altri generi musicali "perbenisti". 

P.S.

Il disco lo potete apprezzare anche se non vi piace Tolkien come al sottoscritto. Avete capito bene.

Voto:

10 più un altro racconto


mercoledì 19 giugno 2013

TATE NELLA TORRE

Queensryche - Queensryche (un po' di inventiva no...) 

E finalmente sono tornato! Purtroppo sto facendo un lavoro dove mi è richiesto scrivere peggio di una segretaria di Hollywood ansiosa per il prossimo pompino a Michael Bay e quindi non sono riuscito a ritagliarmi nemmeno un po' di spazio per mettere giù i miei insulti musicali.

Ma va bene... D'altronde chi se ne frega? Sono tornati i Queensryche (non ho voglia di fare quei cazzo di puntini sulla y ogni volta, tanto meno di copiare e incollare il nome) con un nuovo disco chiamato:

Queensryche...

E ok, capisco la voglia di ricominciare, d'altronde questa separazione con Geoff Tate è stato un avvenimento più chiacchierato delle chiappe di Margioglio sull'isola di Mandingos, però a parte le banane un titolo nuovo lo potevano cercare. Al di là delle mie futili osservazioni, devo con grande sorpresa ammettere che questo lavoro della band di Seattle mi ha sorpreso in positivo. Ci tengo a precisare di essere molto affezionato a questo gruppo, sono tra quei pazzi che agli amici non-metallari fa ascoltare Operation Mindcrime invece di quelle palle appese degli Iron Maiden e dopo essere stato flagellato con cacate tenebrose come Operation Mindcrime II e American Soldier avevo perso le speranze.

Che dire? Evidentemente era Tate il problema, perché qui finalmente si ascolta qualcosa di molto più fresco e con una gran molla. Con tutto il rispetto che provo per quel grandissimo cantante che è Geoff Tate, devo dire che con questo Todd La torre i Queensryche hanno ritrovato un po' quel suono che avevano perso per strada. Siamo ben lontani da capolavori come il sopraccitato Operation Mindcrime e l'incredibile Promised Land, ma quello che si sente su questo CD fa ben sperare sin dall'opener "Where Dreams Go to Die" e dalla seguente "Spore", un ritorno alle atmosfere pessimiste e alle strutture un po' più avventurose. La prima cosa che si sente è Geoff Tate. Si ragazzi, Todd La Torre è Geoff Tate più giovane, timbro vocale identico e stessa interpretazione dei pezzi il che da un lato è fantastico, dall'altro secondo toglie personalità all'artista stesso. Insomma non mi sarebbe dispiaciuto sentire una voce diversa nel contesto Queensryche, ma non mi lamento neanche perchè questo La Torre fa un gran lavoro, ottima voce e linee vocali molto particolari, basta sentire pezzi come "Redemption", dove passa tranquillamente da un ritornello più catchy a parti più complesse. Anche gli altri musicisti si esprimono al meglio con Rockenfield che può finalmente tornare a sfoggiare la sua incredibile classe e a far capire a tutti quanti di essere uno dei batteristi più sottovalutati sulla terra, mentre le chitarre si concentrano più sul lavoro corale tra intrecci e giri davvero efficaci, lasciando un po' da parte i momenti solisti. Tra le tracce più belle ci sono "A World Without" che sembra un po' la "Promised Land" di questo CD, un incedere lento con una melodia orchestrata e una voce disperata, qui i Queensryche sfoggiano tutta la loro capacità compositiva e la loro classe. Questo inno alla depressione viene devastato completamente dall'energia di "Don't Look Back", uno dei pezzi più cazzuti della storia del gruppo, una carica incredibile che vi porterà a riascoltarla più e più volte. Ottime anche la corta "Fallout" e la ballata di chiusura "Open Road", un pezzo dove La Torre fa davvero un lavoro da brividi, una degna chiusura.

Le note negative del CD: "Vindication" che non si capisce bene cosa diavolo è con un riff fatto su un pattern di batteria pieno di tom attaccato a un ritornello che sembra uscito dal culo batuffoloso di una grottesca gang bang tra Lady Gaga e gli Hansom. Altra cosa che non ho capito è l'intermezzo "Midnight Lullaby" che non fa altro che spezzare l'ascolto di un disco che comunque fila liscio fino alla fine.

A parte questi difettucci devo dire che i Queensryche hanno tirato fuori un ottimo lavoro e che Todd La Torre è davvero un cantante con i controcoglioni,(e pare pure che come batterista non se la cavi male) non mi dispiacerebbe però se in futuro riuscisse a personalizzare un po' di più la sua voce, fatto quello se i nostri non aspettano troppo per fare un altro disco, probabilmente riusciranno a tirare fuori un capolavoro.

Ottimi i Toddsryche, adesso non resta che vedere cosa faranno i Geoffryche.

Voto:

8/10 più la ÿ

giovedì 6 giugno 2013

VECCHIAIA BRUCIATA



Live Report: SUFFOCATION + CEPHALIC CARNAGE + HAVOK + FALLUJAH + NATRON + SUBHUMAN =  MASSACRO
 
Da quando ho avviato questa specie di blog sono stato accusato più volte e da più persone di essere prevenuto quando si parla di musica, specialmente di death-core.

Vedete, non è così. 

Non sono prevenuto, semplicemente se un disco o un gruppo per me equivale a un fallo di scimmia ricoperto di materia fecale, non vedo perchè devo analizzarlo “a fondo” solo per scoprire che in quell’orrido  intruglio di chuga chuga, notine e riff incastrati senza logica e un cantante che non ha idea di cosa sia il creare una “linea vocale”. Perchè devo farlo? Perchè devo anche solo rispettare il genere? Posso rispettare magari chi lo suona (entro certi limiti), ma il genere? 

No, per me la maggior parte dei gruppi death-core sono escrementi malcomposti usciti dalla bocca di un poveraccio il quale per un devastante blocco delle vie instestinali e rettali è costretto a espellere le sostanze non desiderate dal suo organismo attraverso l’apparato orale. 

Spero di essere stato il più chiaro possibile e sapete qual è la figata? Che c’è una marea di gente che la pensa come me e sapete cos’è ancora più figo? Che ieri sera al Blogos di Casalecchio c’è stato un concertone mostruoso che ovviamente con la classica antipatia che mi contraddistingue e che scopro sempre più odiata (e questo mi lusinga, sappiatelo) andrò a riassumervi:

IL BLOGOS

Ovviamente Bologna ha seguito la moda italiana del: “ehi siamo poveri e c’è crisi, siamo giovani 30enni più precari di un maschio di mantide religiosa durante l’accoppiamento, però visto che siamo messi così male vestiamoci alla moda con abiti costosissimi e andiamo in posti dove paghiamo quasi quanto l’affitto della nostra stanza per una sola serata di musica truzza”. 

L’ottenebramento mentale è arrivato anche in una città dove la cultura e la musica dovrebbero essere al massimo ha portato alla riduzione drastica dei posti dove suonare un po’ di musica seria e so che un sacco di gente magari criticherà locali come la Distilleria o il Blogos per l’acustica, il palco e altre menate, ma io dico grazie a questi posti perchè sono gli unici nei quali è possibile andarsi a sparare un po’ di gruppi cazzuti e vedere gente che al posto delle palle c’ha due sfere di acciaio inox che Mastrota si sogna (e grazie mille ai Nanowar!)

Voto: Hamburger di cane

NATRON

Causa lavoro e causa il senso dell’orientamento random mio e dei miei compari arriviamo tardi e ci perdiamo i Subhuman. Peccato perchè ricordo che il loro chitarrista era un mostro, ho ancora un loro vecchio EP che ogni tanto ascolto, testi e cantato in italiano, scelta coraggiosa che se porca miseria facessero un po’ tutte le band nostrane FORSE e dico FORSE ci si potrebbe differenziare un po’ dalla scena mondiale... Tra l'altro la maggior parte della gente che scrive testi in inglese fa degli errori mostruosi e scusatemi, ma con l'inglese ci lavoro e con questo non voglio dire che ho un collega con baffetti, tuba, monocolo e bastone elegante che parla come Oliver Hardy doppiato da Sordi.

Detto questo, dopo aver mangiato un hamburger di cane al bar del locale, aver acquistato la prevendita per il concerto dei Krisiun del 4 luglio, salutato un po’ di gentaglia old school come me e vari compagni di banane mi appropinquo a vedere i Natron, una vecchia conoscenza. Che dire? I baresi continuano a smanganellare per bene, Max legna ancora come un dannato e i loro fan sono come sempre molto attivi durante la performance. Non ho ben capito perchè siano stati relegati su un palchetto supplementare all’angolo del locale, penso che un gruppo come i Natron dovrebbe suonare sul palco principale... 
Che cazzo è vero che sono fermi da un bel po’, però sono un gruppo storico a livello nazionale, francamente gli avrei dato più valenza. 
Comunque poco male, i pezzi rendevano e l’esperienza si è vista e si è sentita. Purtroppo i suoni erano un po’ caotici, ma per il resto direi che quel poco che ho visto mi ha convinto e spero che questi antichi maestri tornino di nuovo a cavalcare la scena, magari con un nuovo disco. 

Voto: Vecchiaia bruciata

FALLUJAH

Tornando al discorso di sopra sul fatto di essere prevenuti o meno, devo dire di essere partito con una cattiva idea su i Fallujah che si è trasformata in qualcosa di più positivo. I giovani qui hanno del serio potenziale per fare dell’ottimo death tecnico, forse un po’ acerbini su alcune cose come alcuni stacchi, parti del cantato poco convincenti e sicuramente l’eccessiva presenza dei soli di chitarra che dopo un po’ servivano davvero a poco se non a mandare gli spettatori al bar alla ricerca disperata di caffè lunghi. Buone le atmosfere e ottimo il batterista, purtroppo suonare a metronomo toglie anima al genere e la freddezza si percepisce per tutta la durata della loro performance anche perchè ai vari musicisti sembrava avessero ficcato un tronco di quercia nel culo, stavano più dritti del cazzo di un attore porno dopo una siringa di sangue di cavallo. Il cantante che sembrava uscito da Alvin Superstar aveva una curiosa maglietta con dei gatti stellari che secondo me il gruppo avrebbe dovuto mettere tra il merchandise; il chitarrista ritmico invece è probabilmente parente dell'uomo invisibile: non si è visto ne sentito per tutto il concerto. Tutto sommato non conoscendo molto bene i pezzi dei signorini qui, devo dire di aver apprezzato, spero solo che mettano un cazzo di guinzaglio al loro pallido chitarrista solista perchè si sentiva solo lui e sinceramente era fin troppo presente. Decenti se non altro, ma niente che faccia gridare al miracolo... Diciamo solo che ne hanno di plasmon da mangiare
 
Voto: Giovini di fredde speranze

HAVOK

Loro li volevo vedere da un po’. Fate conto di questo, difficilmente vado a cercarmi immagini delle band a meno che non mi capitino a tiro, questo perchè non me ne frega proprio un cazzo dell’aspetto dei musicisti quindi ieri è stato il mio primo impatto visivo con gli Havok e...

Bè cazzo il chitarrista solista... Ok, ha una plettrata alternata invidiabile, ma per la miseria... Sembra un bimbo grasso con capelli lunghi e barba, probabilmente Akira Toriyama si è ispirato a lui per creare Majin Bu e sono sicuro che il tipozzo ne abbia mangiati di biscottoni e forse anche di persone. Era quasi inquietante quando operava la whammy bar e faceva le sue stupide pose, tirava fuori quella lingua squamosa dalla sua faccia grassoccia e se la rideva. Devo ammetterlo, nella sua pacioccosità era quasi minaccioso. Citando uno dei baldi giovini che erano con me ieri sera: “fuori luogo”. 

Parlando di musica, gli Havok fanno quello che devono: spaccano e divertono con il loro thrash fracassone contornato da qualche idea moderna che non guasta, ero lì sotto il palco a dimenarmi come un dannato mentre dietro di me partiva il pogo selvaggio, mi becco le classiche gomitate dietro la nuca, ma posso vantare di un buon collo e di una sopportazione del dolore molto elevata percui non ci faccio caso e mi godo tutto il loro show. La differenza stilistica con i freddi Fallujah si sente e divampa come il fuoco dopo una fagiolata alla trattoria Busconazzi di Crepa Lafava, il batterista (che dopo il concerto girava come perso come in un tunnel di pensieri) dava delle mazzate assurde facendo urlare la batteria, il chitarrista ritmico e cantante ha fatto un ottimo lavoro sia con la voce che con lo strumento, mentre Majin Bu partiva in assoli Gilbertiani e in quelle facce da totale apocalisse gommosa che penso mi rimarranno impresse nella mente per il resto della settimana, tormentandomi con incubi cioccolatosi e caramellosi. Il top sono state “Scumbag in Disguise” e “Time is Up”, entrambe del loro ultimo ottimo CD, ma direi che il tutto è stato suonato con gran vigore e energia proprio come vuole la tradizione thrash. 

Voto: Pacioccosi, ma letali

CEPHALIC CARNAGE

Non ho mai apprezzato totalmente il lavoro di questa band, ma li rispetto comunque perchè sono pazzi e fanno quello che cazzo vogliono con la musica. Come asserivo in una conversazione post concerto, non amo molto i gruppi che prendono in giro il genere facendo il genere, non ha molto senso e francamente spesso ne sminuisce anche il valore artistico. 
I Cephalic Carnage tutto sommato hanno tirato fuori dei bei pezzi, ma vista la loro totale follia secondo me non sono mai riusciti a uscire fuori dallo status di “culto” e del “death divertente”. Comunque ieri è stata la prima volta che li ho visti dal vivo e devo dire di essermi fatto un bel viaggione e di aver capito una cosa: ai Cephalic Carnage e ai Suffocation piace fumare un sacco di erba, tranne a Dave Culross che era lì all’angolo del palco a osservare il tutto con occhi rapaci. 
Ottima performance, ottimo suono e ottime mazzate, il loro batterista è un energumeno che probabilmente nel Curriculum ha anche un periodo lavorativo come impiegato presso la Famiglia Addams e come cacciatore di Yeti. Pesta così tanto la batteria che sposta gli strumenti, li distrugge, li ricompone e li ridistrugge, una personcina a modo che sicuramente ha vinto anche delle gare di testate contro dei rinoceronti. 
Gran pacca e gran precisione, assolutamente mostruosi anche gli altri componenti della band che non ne sbagliano una pur mantenendo l’attitudine fancazzara e pur avendo fumato erba prima di salire sul palco. Durante il concerto, il “timido” chitarrista e cantante degli Havok pensa bene di usarmi come piattaforma per salire e scendere dal palco, ma quando sei alto e ti vuoi mettere davanti alle spie dello stage succede praticamente sempre, sono fortunato che mi capitano sempre i tipi più bassi. 
I Cephalic chiudono scimmiottando il black metal con una goliardica mascherata che diverte persino i blackster travestiti da deathster per l’occasione, sebbene sono sicuro che qualcuno avrà provato un minimo di risentimento per quella pagliacciata. Ad ogni modo per me dopo un’esibizione coi controcazzi come la loro avrebbero potuto anche buttare del pesce marcio ripieno di uova scadute sul pubblico, penso che tutti sarebbero stati comunque contenti. 

Voto: Fumati e cazzuti

SUFFOCATION

Mullen è rimasto a casa perchè deve lavorà. Almeno questo ha dichiarato alle fonti ufficiali, niente più live all’estero per lui a quanto pare, ma secondo me la verità è un’altra. Si è rotto il cazzo e si vuole dare al Karaoke, disciplina nella quale si è cimentato con risultati davvero... “Particolari”. Ovviamente massimo rispetto, ma fatto sta che al suo posto per questo tour lo ha sostituito Gallagher dei Dying Fetus che senza una chitarra in mano sul palco è come un coltello durante la festa nazionale del gelato cremoso. Praticamente la combo “sogno” di molti fan del death metal della costa est degli Stati Uniti, si può forse chiedere di meglio? Sebbene io sia partito un po’ dubbioso sulle qualità di frontman di Gallagher devo dire che sono stato alquanto soddisfatto, certo mancavano le smanacciate e le linguate di Frank Mullen, ma direi che la pelata e la voce c’erano quindi perchè lamentarsi? Certo, ero sicuro che a un certo punto Gallagher avrebbe strippato e dopo aver steso Marchais e Hobbs con una testata, gli avrebbe rubato la chitarra per sweeppare con gusto, fregandosene di tutto il resto. 

Questa cosa magari gli sarà passata per la testa, ma fortunatamente non lo ha fatto e il concerto è stato... Incredibile. 

Tra le varie conferme a livello musicale ne ho anche avuta una scientifica: Dave Culross non appartiene alla nostra stessa razza... Intendo quella umana. Questo tizio è probabilmente uno dei batteristi migliori in circolazione e perdonatemi se era di una precisione e di una potenza incredibile, senza contare delle rullate da stregoneria che riusciva a tirare fuori. Lo spettacolo dei signori qui taglia più teste di un boia fatto di acidi a una riunione di condominio francese con “Thrones of Blood”, “Pierced From Within”, “Catatonia” e “Liege of Inveracity” che attivano il pulsante DISTRUZIONE nelle teste di tutti i presenti, insieme a pezzi dell'ultimo disco come “My Demise” e “As Grace Descends”. Gallagher anima il palco con la sua enorme presenza e le sue doti vocali, facendo anche salire sul palco delle signorine, per poi lanciarle sulla folla.
Incredibili i soli di Marchais e Hobbs, puliti e precisi come da studio, ho apprezzato anche il suono usato per le ritmiche, non troppo pulitino e zozzo quanto bastava per rimandare alle radici hardcore della band. Devo comunque dire che oltre Culross quello che mi è piaciuto di più è stato Derek Boyer, veramente una gran attitudine nel suonare lo strumento, un bassista con i controcoglioni che ha fatto di tutto per “sternare” (termine passato dal dialetto dell’entroterra campano) i presenti. 

Niente da dire, soddisfatto al 100%. Una grande performance.

Voto: Maestosi 

Ieri è stata un ottima serata, ottimo pubblico e ottimi gruppi, chiude il tutto un concerto fatto soffiando nelle bottiglie da parte degli Havok, una performance con la quale potrebbero anche pensare di camparci visti i pochi soldi che girano nel metal ultimamente.

In bocca al lupo a loro quindi, speriamo solo che Majin Bu non li trasformi tutti in biscotti.

martedì 28 maggio 2013

PROFUMO SULLA MERDA

The Ocean - Pelagial

Gran disco questo. Si... Proprio uno dei migliori CD degli ultimi anni, pieno di idee innovative, con un sound accattivante e tantissimi riff originali, inventiva compositiva e gusto.

Ma la gente cos'ha al posto delle orecchie? Due culi di bonobo?

Allora vi riassumo questo ultimo CD dei The Ocean: un misto scopiazzato di idee che vanno tra Tool, Meshuggah, Opeth, Mastodon, Neurosis e addirittura qualcosa semi-pop\rock amerimerdiano.

Praticamente qualsiasi giovinetto alle prime armi con il panorama moderno potrebbe produrre una roba del genere, giustamente privo di qualsiasi idea e senza la dovuta maturità ottenuta tramite anni di ascolto e composizioni. E sapete cosa? I The Ocean sarebbero anche giustificati, se non fossero in giro dal 2002. Eddai, svegliatevi, porca miseria questo è un copia incolla ridicolo di tutti i gruppi mainstream degli ultimi dieci anni, possibile che non ve ne rendiate conto?

Personalmente non ho mai apprezzato il gruppo tedesco, ma non per antipatia, per carità... Questi tizi se si fanno i soldi con la loro musica a me va anche bene, sono comunque dei furboni per riuscire a risultare innovativi pur scopiazzando a destra e a sinistra e per questo quasi li rispetto... Più che altro perchè hanno capito che l'ascoltatore moderno è un imbecille che si berrebbe persino del frullato fecale pur di risultare figo e fare bella figura da intellettualoide metallaro. Il problema dei The Ocean è che sono noiosi, derivativi e sopratutto non esprimono nulla.
Se devo dire la verità, di Pelagial mi sono piaciute solo "Mesopelagic: Into the Uncanny" perchè ha una buona anima pop (avete capito bene) e "Abyssopelagic I: Boundless Vasts" per qualche ideuzza carina qui e lì. Il premio per aver ascoltato il resto è che sto ancora cercando le mie palle, rotolate sotto chissà quale mobile della casa.
Forse il trucco è dare alle canzoni questi titoli da filosofo moderno, preda delle sue stesse manie onanistiche che non fa altro che nascondere dietro grosse parole il contenuto alquanto povero delle sue opere.
Sapete cosa? Questo CD è un ottimo riassunto degli ultimi dieci anni di metal e delle band che hanno provato a dare qualcosa di nuovo a questo genere. Per questo è un ottimo compendium, ma in quanto a farina del proprio sacco i The Ocean ne hanno veramente poca.
Fidatevi di me, procuratevi i seguenti dischi:

Times of Grace dei Neurosis
Leviathan dei Mastodon
Lateralus dei Tool
My Arms your Hearse o Still Life degli Opeth
Nothing dei Meshuggah
Qualche cacata neo-grunge o neo-american rock.

Ascoltatevi questi piuttosto, poi magari mettete su Pelagial e ditemi se i The Ocean non sono un frullato malriuscito dei suddetti lavori.

Ragazzi... Che noia.

Voto:

3/10 più un frullato fecale

lunedì 27 maggio 2013

MAESTRO TORNA TRA NOI

Joe Satriani - Unstoppable Momentum

Non posso crederci. Questo disco di Joe Satriani è incredibilmente bello.

Sapete una cosa? Sono contento e anche un po' commosso.

Uno perchè penso che qualsiasi chitarrista, musicista o perlomeno amante della buona musica debba ringraziare Satriani per quello che ha fatto in questi anni, due perchè un disco del genere ci voleva proprio, sopratutto in questo mondo di musica finta dove la chitarra viene a dir poco STUPRATA da imbecilli come Tosin Abasi, autore di quello schifo degli Animals as Leaders che tutti esaltano per la sua capacità di essere bello, modello e saper fare due scale alla velocità della luce, senza rendersi conto che il suo gusto compositivo equivale a quello di un povero lombrico appena calpestato.

Bisogna che tornino i grandi maestri, quelli che sono stati anche incompresi, nati in un'età dove la chitarra contava ancora qualcosa, ma ancora vivi per vedere il declino della musica e dello strumento a favore della digitalizzazione, dell'ultratecnica e del nonsense totale. Capisco che a tutti piacciano fattoni come Hendrix, Page e altri, piacciono anche a me e ne vado matto, ma ogni tanto bisogna anche rispolverare qualcosa di ancora più audace come il buon vecchio Joe.

Quale migliore occasione se non questa? Il suo nuovo Unstoppable Momentum è davvero un signor disco, di gran classe e stile, dove la chitarra compone dei pezzi senza lanciarsi in stupidi tecnicismi, dando vita a atmosfere come non se ne sentivano da un bel po' di tempo. Serietà e maturità, cose che comunque Satriani ha sempre messo nella sua musica... E si che può essere divertente per il musicista riconoscere tutte le scale modali che il maestro usa, ma poco importa se le tracce del CD sono belle e gradevoli.
Insomma questa roba la potete ascoltare tranquillamente in macchina, tracce come "Can't Go Back" o la title track sono da viaggio in autostrada, mentre l'energia prodotta da "Lies and Truths" vi attiverà l'anima, riempiendola di vibrazioni positive. Joe Satriani è tornato a riproporre l'energia dell'hard rock con melodie più prog, parlando tramite la sua chitarra di se stesso, facendo uscire il proprio essere dallo strumento, cosa che molti ancora non capiscono. Bimbetti imparate ciò che nonno Joe vi dice: la tecnica non vi serve a un cazzo, di quella vi stancherete, il gusto e l'anima invece daranno sempre nuova linfa vitale alle vostre composizioni e ai vostri ascolti.

Lezione efficace, difficile però da far capire in questa realtà che ormai è sempre più votata all'estetica e al sensazionalismo. Comunque peggio per chi ancora è legato a inutili tapping a otto dita e supermega sweepponi ripetitivi, si perderanno il simpaticissimo blues rock di "Three Sheets to the Wind" contornato anche da altri strumenti come tromboni e tastiere, non godranno della carica incredibile della spettacolare "A Door Into Summer" e della traccia di chiusura "A Celebration".
Fantastico anche il break da colonna sonora di "I'll Put a Stone On your Cairn". L'unica traccia del disco un po' meno fruibile è "The Weight of the World" costruita su una melodia che ricorda i Police e che si sviluppa in una serie di parti di chitarra un po' prog che magari possono non piacere a chi non è del mestiere, ma che magari accenderanno la lampadina nella testa del nerd del pentagramma.

Davvero un disco che fa sorridere e che francamente fa vedere qualche spiraglio di luce, come un maestro che scende dalla montagna per impartire di nuovo le lezioni del passato ormai dimenticate dagli allievi troppo frettolosi.
Ragazzi... Joe Satriani è di nuovo qui tra noi e fidatevi di me: ascoltatelo e non lasciate che vada via mai più.

Voto:

9 più la migliore lezione della vostra vita

I LOVE NEW YORK

Immolation - Kingdom of Consipracy

Frank Sinatra mi è sempre stato sul cazzo e New York non mi piace, ammasso di ferraglia e di frenesia animistica, culto del deforme toro dorato, autore di false promesse che travolge la vita e la morte unendole sotto l'unica effige della S trafitta da quelle lance che impalano il mondo in una cerimonia oscura e abietta.

L'unica cosa che adoro di New York sono i musicisti che la abitano. Tralasciando il mio amore per il rap che non nascondo anche al metallaro più chiuso e impaurito da qualsiasi cosa che non sia una giacca di pelle con le pezze dei Judas Priest, la Grande Mela è sempre stata un'ottima fucina per la musica estrema e senza stare a elencare altre band talentuose venute fuori dai quartieri della città, basta fare due nomi per mettere tutti col culo per terra:

Suffocation e Immolation.

Va bene...I nomi che finivano in ON andavano di moda al tempo, così come adesso vanno di moda i nomi lunghi almeno tre o quattro parole con articoli e altre storie. La differenza sostanziale è che i primi sapevano creare della gran musica, mentre questi ultimi riescono solo a creare fastidio e una manica di fanboy e groupie tatuate che probabilmente una volta raggiunta la pubertà (cosa che potrebbe avvenire anche sui trent'anni visti alcuni elementi...) li abbandoneranno al loro triste destino di alcolizzati e drogati... Per poi dedicarsi al loro.

Prima o poi la vera musica tornerà a prevalere, fidatevi e ascoltate l'ultimo degli Immolation per capire che chi ha quella furia capace di frustare l'ascoltatore con riff monolitici e un suono da incudine infernale sarà sempre avanti.

Kingdom of Conspiracy ha tutto quello che ci si aspetta dagli Immolation: chitarre assolutamente sopra la media, con mastodontici riff malati costruiti su tempi più storti dell'armadio Ikea che avete appena tentato di montare, melodie sinistre, accellerazioni improvvise, assoli assolutamente diabolici e ovviamente la voce di Ross Dolan che come al solito si trasforma in demonico ruggito narrativo, sputando del grasso veleno nero sul sistema padrone, che sia esso quello della chiesa o quello del governo mondiale.
La title track e opener del disco non lascia alcun dubbio, si ci trova davanti a un suono che fa di tutto per uscire fuori dalle casse con l'unica intenzione di strapparvi il cuore e urlarci sopra con incredibile cattiveria. Tra tracce furiose come "God Complex" e "Indoctrinate" e altre marce infernali come "Keep the Silence" o "The Great Sleep"state sicuri che Kingdom of Conspiracy saprà tenere alto il vostro livello di odio totale e soddisfare la vostra sede di vendetta. Un disco che istiga alla ribellione, come tutti quelli degli Immolation e ditemi ciò che volete, ma questi tizi sono sempre stati dei gran furboni, mascherano con temi satanici e anti-cristiani tematiche assolutamente politiche, rendendosi quasi la versione death-metal dei sempre rispettatissimi Rage Against The Machine.
La produzione è riuscita a ottenere un suono moderno senza snaturare la potenza selvaggia che il gruppo ha sempre messo nelle proprie opere, forse modellando un tantino di troppo la batteria che probabilmente è quella più "disciplinata" con cui gli Immolation hanno lavorato. Diminuito il numero di rullate fuoriose e numeri da circo, la batteria è sempre su alti livelli di esecuzione e scrittura, ma semplicemente si tiene più sui fondamentali e questo può piacere o non piacere. Sinceramente un po' mi manca Alex Hernandez, ma sono gusti personali.

Ovviamente non si può certo dire che questo disco sia il nuovo Close to a World Below, ma si sa che i capolavori vengono fuori solo una volta e tentare di riprodurli è da stupidi. L'unica pecca del disco sono alcune soluzioni ripetute un po' troppo spesso, ma alla fine il tutto fila liscio come un fiume di lava pronto a ingoiare tutto ciò che trova davanti. 

Un ottimo ritorno per tutti i fan degli Immolation e che anche i neofiti dovrebbero ascoltare per iniziare a scoprire forse uno dei migliori gruppi death metal della storia.

Voto:

8 più tante frustate al melomerdacore (ci vogliono sempre ogni tanto)


sabato 18 maggio 2013

NAUSEA, SPLEEN E MERDA

Regarde les Hommes Tomber

Se Baudelaire fosse nato in questo periodo avrebbe scritto ben altro che Spleen. Probabilmente le sue poesie più che da amarezza e malessere sarebbero state ricoperte di bestemmie e altri richiami a quello di sopra e poi sarebbe stato sicuramente un metallaro... Di quelli depressi ovviamente, niente sorrisoni e assolazzi power da birra con gli amici.
Fanculo il jazz e tutta la cacca trombettosa, fanculo il rock intellettualoide, il vecchio Charles avrebbe preso la chitarra in mano e avrebbe tirato giù riffoni monolitici, di quelli che ti fanno andare in depressione, roba che una giornata spesa a portare gli antipaticissimi e bigotti parenti della vostra anima gemella (così è unisex e nessuno si lamenta) per chiese e piazze vi sembrerà un piacevole diversivo.

Prendendo sicuramente spunto dal sopracitato pesantone francese e da altri amici suoi come Sartre e Camus, i Regarde les Hommes Tomber in questo self titled vi sboccano addosso tutta la melma nera che invade i loro corpi, liberandosi per quaranta minuti di quel fastidio al fianco che interviene tutte le volte che la vostra vita vi sembra ingiusta.
Riffoni tra il post-metal e il doom innalzano colonne di sofferenza, sulle quali la voce urla verso il nulla cosmico il proprio dissenso, la lacerazione di tutto ciò che è male, ma senza essere ascoltata. C'è solo nero infinito e noi, piccole sagome senza uno scopo, non possiamo che guardare il cielo violaceo e tumefatto con orrore. Intrecci di chitarra tra arpeggi dissonanti creano l'incessante malessere, la Nausea, l'inferno creato da chi ci circonda. Stranieri completamente assuefatti dalla società, i Regarde les Hommes Tomber compiono omicidi senza un motivo e ridono in faccia a Dio, rifiutando il perdono, chiudendosi nella loro eterna malinconia e spegnendo qualsiasi luce possa apparire alla fine del tunnel.

Questo disco è sicuramente una bella sorpresa per tutti gli amanti del genere ed è probabilmente uno dei migliori episodi dell'anno. Gradita la lunghezza contenuta sia delle tracce che del disco, scelta che rende il tutto più fruibile e riascoltabile, in modo da riscoprire ogni volta diverse sfumature.
Intendiamoci, i Regarde les Hommes Tomber non propongono assolutamente niente di nuovo, le idee proposte non sono certo innovative, ma sono messe bene, sono evocative e fanno un gran lavoro nel mettervi addosso un bel mare di merda karmica e buona fortuna nel provare a togliervelo da dosso senza sporcarvi le mani.

Un disco di debutto davvero notevole che mi sento di consigliare a tutti i fan di Neurosis, Isis, Cult of Luna e combriccola.

Voto:

8/10 più tanto, tanto Spleen